GRUPPO ECOLOGISTA CULTURALE DRUIDICO DI ALESSANDRIA


sabato 24 ottobre 2026

2) LA DEA BIANCA di Robert Graves: Taliesin

 Taliesin è tradizionalmente considerato un poeta gallese vissuto intorno alla fine del VI secolo, attivo presso le corti dei sovrani brittonici del nord della Britannia. Alcune poesie a lui attribuite celebrano Urien di Rheged e suo figlio Owain, personaggi dell'epoca. L'esistenza di un nucleo poetico molto antico è ritenuta plausibile dagli studiosi, ma non possiamo attribuire con certezza a un singolo autore storico tutti i componimenti conservati sotto il suo nome.

Taliesin, il personaggio mitico compare in una leggenda attestata in epoca più tarda la Hanes Taliesin in cui Gwion Bach assaggia la pozione di Ceridwen, acquisisce una conoscenza prodigiosa e, dopo una serie di trasformazioni, rinasce come Taliesin. Qui Taliesin è un essere dotato di sapienza soprannaturale, capace di parlare da una prospettiva che supera i limiti dell'esperienza umana.

Graves considera le poesie attribuite a Taliesin e i racconti su Gwion come possibili frammenti di un'antica conoscenza religiosa. Cerca di ricostruire dietro di essi un sistema coerente di simboli, alberi, lettere, cicli lunari e culto della Dea.


Cerridwen, maga dotata di grandi poteri, preparò una pozione magica destinata a conferire sapienza e ispirazione profetica al figlio Afagddu. Affidò a un ragazzo, Gwion Bach, il compito di sorvegliarla per un anno e un giorno. Quando alcune gocce bollenti della pozione gli schizzarono sulle dita, Gwion le portò istintivamente alla bocca, acquisendo così tutta la conoscenza che il filtro conteneva.

Cerridwen, furiosa, si mise a inseguirlo. I due si trasformarono ripetutamente in animali: 

Gwion diventa una lepre e Ceridwen un levriero;

Gwion si trasforma in pesce e Ceridwen in lontra;

Gwion diventa un uccello e Ceridwen un falco;

infine Gwion si trasforma in un chicco di grano e Ceridwen in una gallina nera, che lo inghiotte.

Rimasta incinta, Cerridwen diede alla luce il bambino e lo abbandonò in mare, chiuso in un sacco. Fu ritrovato da Elffin, che lo chiamò Taliesin, destinato a diventare un poeta di sapienza prodigiosa.

In La dea bianca, Robert Graves interpreta questa vicenda come un racconto iniziatico di morte e rinascita, legato all'acquisizione della conoscenza poetica e al potere della Dea. La sua lettura, tuttavia, è un'interpretazione simbolica moderna della leggenda gallese, non una dimostrazione del significato religioso originario del racconto.

Il punto da non perdere è che la storia gallese e l'interpretazione di Graves sono due cose diverse: la prima è una leggenda medievale dalle origini incerte; la seconda è il tentativo moderno di riconoscervi le tracce di un'antica religione poetica incentrata sulla Dea.

la storia può essere letta come una sequenza di morte, trasformazione e rinascita.

1) LA DEA BIANCA di Robert Graves

 Con La dea bianca (1948), Robert Graves ha influenzato profondamente l'immaginario di alcune correnti del neodruidismo e del neopaganesimo contemporaneo. La sua visione di un'antica religione incentrata su una Dea legata alla Luna, alla natura e ai cicli di morte e rinascita ha contribuito a ispirare nuove interpretazioni della spiritualità celtica. Particolarmente significativa è stata la sua teoria dell'alfabeto arboreo e del calendario lunare di tredici mesi, ripresa e rielaborata in diversi ambienti neodruidici, soprattutto nella cultura neopagana legata agli alberi e ai cicli stagionali.

Pur non costituendo una ricostruzione storicamente attendibile della religione celtica antica, l'opera di Graves ha fornito un repertorio di simboli e suggestioni che ha contribuito a plasmare alcune forme della spiritualità neodruidica moderna, mostrando come miti e tradizioni possano essere reinterpretati e reinventati nel presente.

*** Una precisazione importante: il libro, pubblicato originariamente nel 1948 e successivamente ampliato, è estremamente suggestivo, ma molte delle ricostruzioni di Graves sono considerate speculative dagli studiosi contemporanei. Conviene quindi distinguere le fonti mitologiche autentiche dalle interpretazioni personali dell'autore.



Parte I — La poesia e gli antichi miti (capitoli 1–9)

1. Poeti e menestrelli

Graves distingue l'antica poesia sacra dalla poesia moderna. I bardi erano depositari di conoscenze mitologiche e religiose trasmesse attraverso versi, enigmi e simboli. La poesia autentica sarebbe nata dal rapporto con la Dea.

2. La battaglia degli alberi

Analisi del poema gallese Cad Goddeu, attribuito a Taliesin. Gli alberi combattono come esseri viventi e rappresentano, secondo Graves, lettere, divinità e forze cosmiche. È uno dei punti di partenza per la ricostruzione dell'alfabeto arboreo.

3. Cane, capriolo e pavoncella

Interpretazione di animali simbolici presenti nella mitologia celtica. Graves cerca corrispondenze tra creature, stagioni, trasformazioni e antichi enigmi poetici.

4. La Dea Bianca

Presentazione della figura centrale del libro: un'antica divinità femminile associata alla Luna, alla natura, alla nascita, all'amore e alla morte. Graves ritiene che molte dee europee siano manifestazioni di questo archetipo.

5. L'indovinello di Gwion

Esame dei testi attribuiti al bardo gallese Gwion, legato alla figura di Taliesin. Le sue trasformazioni e i suoi enigmi nasconderebbero conoscenze religiose precedenti al cristianesimo.

6. Una visita al castello a spirale

Il castello spiraliforme viene interpretato come simbolo di un percorso iniziatico, della morte e della rinascita. Graves collega immagini della tradizione gallese a strutture mitologiche più antiche.

7. La soluzione dell'indovinello di Gwion

Graves propone una decifrazione degli enigmi poetici attraverso corrispondenze tra alberi, lettere, numeri e stagioni.

8. Eracle sul loto

Confronto tra la mitologia greca e le tradizioni religiose del Mediterraneo orientale. Eracle viene interpretato anche come figura legata ai cicli stagionali e alla morte rituale.

9. L'eresia di Gwion

Graves analizza la sopravvivenza di credenze pagane nella poesia gallese cristianizzata. I racconti bardici conserverebbero frammenti di un sistema religioso più antico.

Parte II — Alberi, alfabeti e calendario sacro (capitoli 10–14)

Questa è probabilmente la parte più interessante per chi studia le tradizioni arboree e le feste stagionali.

10. L'alfabeto arboreo I

Graves esamina l'alfabeto ogamico irlandese e associa le lettere a determinati alberi. Propone che questa sequenza nasconda un calendario religioso.

11. L'alfabeto arboreo II

Sviluppa la teoria del calendario arboreo di tredici mesi lunari, associando ogni periodo a un albero e a particolari significati mitologici. Il ciclo annuale rappresenterebbe nascita, crescita, morte e rigenerazione.

12. La canzone di Amergin

Interpretazione del celebre poema irlandese in cui il poeta si identifica con elementi naturali e animali. Graves vi riconosce una successione simbolica collegata al calendario e ai poteri della natura.

13. Palamede e le gru

Studio delle origini mitiche degli alfabeti. Graves collega le lettere agli uccelli, in particolare alle gru, e alle tradizioni greche e mediterranee sulla nascita della scrittura.

14. Il capriolo nel folto

Ulteriore interpretazione di enigmi poetici, animali e simboli vegetali. Il capriolo diventa una figura attraverso cui leggere le relazioni tra natura, linguaggio e conoscenza sacra.

Parte III — Religioni antiche e simboli sacri (capitoli 15–21)

15. I sette pilastri

Analisi del simbolismo del numero sette e delle sue relazioni con la sapienza, la cosmologia e le antiche tradizioni religiose.

16. Il sacro e ineffabile nome di Dio

Graves indaga i nomi divini, soprattutto nella tradizione ebraica, cercando possibili connessioni con sistemi simbolici più antichi e con il linguaggio sacro.

17. Il leone dalla mano ferma

Interpretazione di immagini mitologiche legate alla forza, alla regalità e al potere divino. Graves ricerca corrispondenze tra differenti tradizioni del Mediterraneo.

18. Il dio dal piede di toro

Studio di figure divine associate al toro, alla fertilità e alla sovranità. Il toro viene collegato a culti antichi e al simbolismo del potere maschile.

19. Il numero della bestia

Analisi simbolica e numerologica del 666 dell'Apocalisse, confrontato con tradizioni religiose e sistemi numerici precedenti.

20. Una conversazione a Pafo nel 43 d.C.

Attraverso una ricostruzione letteraria ambientata nell'antica Cipro, Graves affronta il confronto tra i culti della Dea, le religioni mediterranee e il mutamento delle concezioni religiose.

21. Le acque dello Stige

Il fiume infernale greco diventa il punto di partenza per un'indagine sui miti della morte, dell'oltretomba e delle acque sacre.

Parte IV — La Triplice Dea e il mito poetico (capitoli 22–27)

22. La triplice Musa

La Dea viene interpretata attraverso tre aspetti femminili, frequentemente associati alle fasi lunari: fanciulla, donna matura e anziana. È fonte di ispirazione poetica, ma anche principio di vita e morte.

23. Animali favolosi

Esame di creature fantastiche e ibride come rappresentazioni simboliche di forze naturali, divine e rituali.

24. L'unico tema poetico

Uno dei capitoli fondamentali. Graves sostiene che la poesia autentica riproponga un tema universale: il rapporto tra il poeta, la Dea e il rivale maschile, spesso espresso attraverso amore, sacrificio, morte e rinascita.

25. Guerra in cielo

Interpretazione dei conflitti tra divinità come rappresentazioni di trasformazioni religiose. Graves collega questi scontri all'affermazione delle divinità patriarcali rispetto alle precedenti figure femminili.

26. Il ritorno della Dea

Riflessione sulla possibilità di recuperare il rapporto spirituale e poetico con la Dea nella società moderna, dominata secondo Graves da una visione razionalistica e patriarcale.

27. Poscritto, 1960

Graves torna sulle proprie teorie e chiarisce alcuni aspetti della sua concezione della poesia e della Dea, rispondendo anche alle discussioni suscitate dal libro.

Indice verificato con la bibliografia della Robert Graves Society e l'edizione ampliata.

I cinque concetti fondamentali del libro

Concetto

Significato secondo Graves

Dea Bianca

Principio femminile che governa vita, morte e rigenerazione

Triplice Dea

Tre manifestazioni della divinità, associate anche alla Luna

Re sacro

Figura maschile la cui morte rituale simboleggia il rinnovamento

Calendario arboreo

Ciclo di tredici periodi lunari rappresentati da alberi

Poesia sacra

Linguaggio simbolico che conserva la memoria delle antiche religioni

domenica 10 maggio 2026

Gita primaverile al Menhir di Velmaio

 Per il giorno di Pasquetta io e Walter abbiamo deciso di fare un giro a visitare diversi siti in area Lombarda, uno dei nostri giri "druidici". Il posto sicuramente più bello e magico che abbiamo visto è stato il menhir di Velmaio nei dintorni di Varese che abbiamo conosciuto pochi mesi fa grazie alla segnalazione di Explore Insubria che ringraziamo moltissimo!

Si tratta di un grosso monolite che si erge dal prato circostante per poco più di due metri. La forma è tozza e grezza che comunque presenta alcuni segni di lavorazione e alcune incisioni appena visibili. 

Prima di tutto bisogna dire che, al contrario di altri simili siti in Piemonte e Lombardia, questo si trova in una zona isolata, tranquilla e che si può apprezzare totalmente sia visivamente che in tutta la sua magia. Il monolite si trova infatti in mezzo ad un bel prato, vicino ad un laghetto, un ruscello e a dei boschi. Ci apettavamo molta genete perchè era pasquetta e invece eravamo gli unici e abbiamo potuto quindi goderci la visita nella pace più totale. Gli unici suoni erano quelli dei tanti uccelli che popolavano la bella giornata di primavera.

Non è possibile datare precisamente questo menhir, non ci sono ritrovamenti databili nelle immediate vicinanze (anche perchè come al solito in Italia non sono stati effettuati scavi approfonditi) ma sicuramente è più antico di quelli canavesani che dovrebbero essere stele funerarie dell'età del ferro. A me ha ricordato molto alcuni dei menhir di Cavaglià e in effetti ho letto che anche in questo caso potrebbe essere legato ad alcuni ritrovamenti di una civiltà palafitticola nella vicina Cattafame. In oltre la zona è stata abitata fin dal neolitico e quindi si ipotizza un periodo che va da quello megalitico classico all'età del bronzo.

A livello più magico il luogo è perfetto, come dicevamo sopra è tranquillissimo ed è perfetto per trovare un po' di pace quando ne abbiamo bisogno! Posto adatto per meditare o ritrovare la connessione con la natura e con la terra.

sabato 22 febbraio 2025

Piemonte antico: il Museo di Ivrea, la presitoria e il periodo celtico.

La sezione archeologica del Museo raccoglie le testimonianze materiali, dall'età neolitica fino alle soglie dell'età moderna, provenienti da raccolte antiquarie e dagli scavi condotti in città e nel suo territorio. Si tratta di materiali che per la loro natura non deperibile nel terreno si sono fortunosamente conservati, e che quindi rappresentano soltanto alcuni aspetti di fenomeni storici, artistici e sociali ben più complessi. Sono frammenti di epoche lontane che ci permettono di approfondire e ricostruire la storia attraverso gli aspetti più concreti e quotidiani della vita in città e nei suoi dintorni, ma che ci invitano anche a visitare le aree archeologiche dalle quali provengono e a scoprire i segni impressi sull'ambiente dall'azione dell'uomo attraverso i secoli. Un primo nucleo di materiali, non sempre di origine locale, fu raccolto, nella seconda metà del 700, dall conte Carlo Francesco Baldassare Perrone di San Marti-no, come parte della sua "collezione di meraviglie" provenienti da ogni parte del mondo, e accuratamente inventariata e descritta dall'allora conservatore conte Pietro Paolo Pinchia. Ad essi si è successivamente affiancato, attraverso lasci-ti, donazioni ed acquisti, un cospicuo numero di reperti, come gli oggetti provenienti dalla necropoli romana degli stabilimenti Rossari & Varzi, donati dall'avvocato Pinoli nel 1937, e i reperti longobardi derivanti dalla donazione Torasso Calvetti. I materiali statali, frutto di indagini più recenti effettuate dalla Soprintendenza soprattutto a partire dagli anni 60, sono stati affiancati a quelli delle collezioni storiche, al fine di articolare un percorso museale cronologico, ma anche tematico, che aiuti a ricomporre per quanto possibile i contesti archeologici e culturali di appartenenza degli oggetti.


La preistoria
Dai primi agricoltori alle palafitte


La storia dell'uomo nell'anfiteatro morenico di Ivrea inizia circa 10.000 anni fa, quando il completo scioglimento dei ghiacciai che ricoprivano la pianura, dovuto al riscaldamento del clima, permise il popolamento del territorio che progressivamente si trasformò da area paludosa a vasta foresta punteggiata di piccoli laghi e racchiusa tra montagne e colline. Nel corso del Neolitico, all'inizio del V millennio a.C., i primi agricoltori si insediarono sulle rive del lago Pi-stono, a Montalto Dora, e sulla collina del castello di San Martino Canavese. Circa 4500 anni fa, nell'età del Rame, lungo la Dora Baltea si intensificarono i contatti tra i due versanti alpini. Le due statue-stele del sito megalitico di Tina di Vestigne, ora ricoperto dalle ghiaie trasportate dal divagare del fiume, rappresentano antenati divinizzati per i quali sono stati eretti grandi monumenti, analoghi a quelli di Aosta e Sion.


L'età del Bronzo
Il villaggio palafitticolo del lago di Viverone


Nel giugno del 2011 l'abitato preistorico che giace sui fondali del lago di Viverone è stato iscritto tra i 111 "Siti palafitticoli preistorici dell'arco alpino" della lista del Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Il villaggio, di cui restano oltre 5000 pali che emergono dalle sabbie lacustri, fu costruito tra XVI e XV secolo a.C. sulle sponde del lago, le cui acque erano più basse delle attuali di circa due metri. Inoltre la costruzione dei villaggio portò ad un intenso disboscamento del territorio, che liberò spazi per campi e pa-scoli. Palizzate circondavano l'abitato, per difenderlo dall'esterno e trattenere le greggi, e il villaggio era attraversato da una passerella, sulla quale si affacciavano le capanne, costruite direttamente sul terreno o su palafitta, per isolarle dall'umidità del suolo. I reperti rinvenuti sul fondo del lago, provenienti dalle abitazioni e abbandonati durante la rapidissima risalita delle acque, consentono di ricostruire, in modo eccezionale per l'età del Bronzo, vari aspetti della vita quotidiana: sono armi di guerrieri, ornamenti femmi-nili, vasi per conservare il cibo, cucinare, mangiare e bere. Essi testimoniano inoltre come l'anfiteatro morenico di Ivrea fosse il tramite fondamentale tra l'Italia e l'Europa nordalpina. Infatti anche altri ritrovamenti nel territorio, come l'ascia di Chiaverano, con confronti tra la Svizzera e la Francia orientale, le lance di Mercenasco e Alice Ca-stello, la forma di fusione per spade da Piverone, attestano da un lato una evoluta metallurgia, dall'altro l'appartenenza a industrie e stili di vita diffusi sui due versanti alpini.

La spada e il misterioso oggetto (probabilmente uno spiedo) recuperati nella Dora Baltea ai piedi del Ponte Vecchio sono testimonianze di usi e credenze religiose che prevedevano la deposizione nei fiumi, presso guadi e luoghi di passaggio, di oggetti preziosi.


Romani e Salassi
Sopravvivenza dell'identità indigena.

La colonia di Eporedia viene dedotta nel 101/100 a.C come avamposto militare e strategico sulla riva sinistra della Dora Baltea, nel luogo in cui il fiume conclude il percorso alpino e si apre verso la pianura per proseguire poi il suo corso fino alla confluenza con il Po. Nel fondo valle della Dora corre l'itinerario terrestre obbligato per i valichi del Piccolo e Gran S. Ber-nardo. Per poco meno di un secolo, fino alla fondazione di Augusta Praetoria Salassorum (Aosta), nel 25 a.C., Eporedia conserva un preminente ruolo militare nella regione e rappresenta il riferimento amministrativo e organizzativo per i publicani (esattori delle imposte) ai quali era stato appaltato lo sfruttamento su larga scala dei giacimenti auriferi della Bessa, confiscati ai Salassi. Nel frattempo l'integrazione tra le popolazioni locali e i nuovi arrivati procedeva, creando una commistione di caratteri che vedrà una lunga sopravvivenza dell'identità indigena. Il processo di progressiva acquisizione del costume e delle abitudini dei Romani si coglie attraverso vari aspetti della cultura materiale. I segnacoli funerari in pietra appena sbozzata con iscrizioni in alfabeto leponzio delle popolazioni celtiche vengono gradualmente sostituiti da lapidi iscritte in alfabeto latino, su cui compaiono anche dediche alle divinità romane. Il vasellame di produzione locale, spesso lavorato interamente a mano e ancora cotto in falò, viene affiancato dalle ceramiche fini verniciate come la ceramica a vernice nera, lavorate al tornio e cotte in fornaci ad atmosfera controllata, dapprima importate dall'area padana o centro italica e poi prodotte anche sul posto. Sorgono anche officine locali di raffinate ceramiche a pareti sottili, che sfruttano la presenza di giacimenti di finissime argille caoliniche.

domenica 2 febbraio 2025

I Druidi e il Druidismo 10) L'impossibilità di una sopravvivenza del druidismo

(Traduzione del libro: LES DRUIDES ET LE DRUIDISME di Le Roux e C. J. Guyonvarc'h)

10) L'impossibilità di una sopravvivenza del druidismo

Il celtico dell’Antichità, o gallico, era una lingua sacra al pari del sanscrito, del tibetano, dell’ebraico o dell’arabo. Tuttavia, questa lingua è scomparsa alla fine dell’Antichità, al più tardi intorno al VI secolo, senza lasciare alcun testo sacro.

- Il suono della caduta di quei ruscelli era più dolce di qualsiasi melodia cantata.-
(Echtra Cormaic i Tir Tairngiri, Irische Texte, III, p. 195). - fotografie di Yvon Boëlle


Anche supponendo che gli ultimi druidi gallici abbiano trovato rifugio nelle isole britanniche, la conversione della Gallia al cristianesimo ha completato il processo di romanizzazione, mentre le grandi invasioni della fine dell’Impero Romano hanno cancellato ciò che ancora restava della cultura celtica continentale.

D’altra parte, i documenti irlandesi più antichi (VII secolo) sono tutti espressione di un cristianesimo inattaccabile.

 - Il tumulo di New Grange, o Brug na Bóinne, "l’ostello della Boyne", dimora del dio-druido. - fotografie di Yvon Boëlle


Anche la Britannia insulare fu cristianizzata molto presto e, intorno alla fine del V secolo, non poteva più esistere alcun druidismo in lingua brittonica, bretone o gallese. L’unico territorio dell’Europa occidentale ancora non cristianizzato era l’Irlanda. Tuttavia, con l’arrivo di San Patrizio nel primo terzo del V secolo, la conversione avvenne rapidamente sotto la sua guida, e il primo clero cristiano fu reclutato tra la classe dei druidi e dei filid, i poeti tradizionali dell’Irlanda.

Già nel V secolo, l’unica lingua liturgica di tutti i Celti era il latino:

  • l’irlandese non era più che una lingua erudita,
  • il gallese era una lingua letteraria,
  • il bretone era una lingua popolare, la cui letteratura, fino al XIX secolo, fu interamente di carattere clericale.

Nessuna tradizione druidica poteva essere trasmessa oltre quell’epoca per due motivi:

  1. La perdita della lingua sacra
    Con la scomparsa definitiva della lingua sacra, l’intera dottrina e tutti i rituali andarono perduti. Inoltre, l’iniziazione cristiana cancellava automaticamente ogni precedente forma di conoscenza esoterica.

  2. L’obbligo di conoscere la lingua sacra
    Un druido autentico sarebbe stato obbligato a padroneggiare la lingua sacra, proprio come un brahmano deve conoscere il sanscrito o un sacerdote il latino, lingua della Chiesa. L’impossibilità assoluta di soddisfare questa condizione rende priva di fondamento qualsiasi pretesa di far rinascere un “druidismo” contemporaneo.

Inoltre, un druido poteva esercitare validamente le sue funzioni solo all'interno del quadro politico di una monarchia celtica, una condizione che da secoli non è più possibile soddisfare.


I Druidi e il Druidismo 9) Le concezioni religiose - Morrigan, il Sid, La battaglia degli alberi.

(Traduzione del libro: LES DRUIDES ET LE DRUIDISME di Le Roux e C. J. Guyonvarc'h)

>>> INDICE DEI CAPITOLI E INTRODUZIONE AL TESTO: LINK <<<

9) Le concezioni religiose

La credenza principale è quella nell'immortalità dell'anima, aspetto in cui il druidismo non differisce dalle altre tradizioni religiose. Tuttavia, contrariamente a quanto spesso si è creduto o sostenuto, non abbiamo alcuna traccia della credenza nella reincarnazione. Gli unici casi di metempsicosi sono quelli, paralleli e affini, di Tuan mac Cairill e di Fintan che, per trasmettere la conoscenza delle cose d'Irlanda dal tempo del Diluvio a quello di San Patrizio, hanno vissuto diverse esistenze animali dolorose.

Là dove i Celti si differenziano maggiormente dalle altre tradizioni è nell'oralità esclusiva della trasmissione del sapere.

- L’acqua purifica tutto - fotografie di Yvon Boëlle


I druidi conoscevano perfettamente la scrittura ma non la utilizzavano a scopi didattici. La scrittura era considerata un elemento magico e serviva solo per usi rituali. D'altro canto, l'unica scrittura originale irlandese, gli ogam, segni orizzontali o obliqui incisi su un bordo verticale, veniva impiegata solo per incantesimi o interdizioni. La scrittura, fissata nel legno o nella pietra, restava efficace finché l'incisione persisteva. Tuttavia, solo la parola era considerata viva e autentica. Quando vi era un conflitto tra parola e scrittura, la parola era considerata vera e la scrittura falsa.

I contratti erano esclusivamente verbali e confermati, garantiti da testimoni sotto giuramento. Tutta la letteratura, sia giuridica che di altro genere, era in forma versificata e orale, così come tutto l'insegnamento. I racconti irlandesi ci sono stati trasmessi per iscritto solo successivamente alla cristianizzazione, quando la scrittura è diventata, con la lettura della Bibbia, il mezzo unico della Rivelazione. E ancora, tutti questi racconti erano destinati solo all'edificazione e all'intrattenimento della classe guerriera, il che ha avuto come conseguenza la perdita di quasi tutta la parte speculativa dell'insegnamento dei druidi. Quasi tutti i racconti sono stati epurati degli elementi contrari alle dottrine cristiane dopo il V secolo.

- Quindici nomi, certezza di conflitto, e noi li elenchiamo, sono dati a questo fiume che parte dal sid di Nechtan e raggiunge il paradiso di Adamo. (The Metrical Dindshenchas, ed. Edward Gwynn, III, Dublino, 1913, p. 26) - fotografie di Yvon Boëlle


Approfondimento 1: La profezia della Morrigan

Io vedrò un mondo che non mi piacerà:
estate senza fiori, mucche senza latte, donne senza pudore, uomini senza coraggio, catture senza re, alberi senza frutti, mare senza pesci.
Cattivi consigli dagli anziani, cattivo giudizio dai giudici, ogni uomo sarà un traditore, ogni ragazzo un ladro.
Il figlio andrà nel letto del padre, il padre andrà nel letto del figlio, ognuno sarà il cognato del proprio fratello.
Un tempo oscuro, il figlio tradirà il padre, la figlia tradirà la madre.

(Testi mitologici irlandesi 1, p. 59).


Approfondimento 2: La descrizione del Sid

(Il dio Midir si rivolge a Étain, regina d'Irlanda, chiamandola Bé Find, "Donna Bianca")

« Oh Bé Find, verrai con me nel paese meraviglioso dove c’è musica?
Là, la capigliatura è come la corolla della primula,
il corpo liscio è del colore della neve.
Là, non c’è nulla che appartenga né a me né a te,
i denti sono bianchi e le sopracciglia scure.
La tua moltitudine è un piacere per gli occhi.
Ogni guancia ha il colore della digitale.
Il collo di ognuno ha il porpora della violacciocca;
le uova del merlo sono un piacere per gli occhi.
Per quanto bella sia la vista della Piana di Fal,
essa è desolata rispetto alla Grande Piana.
Per quanto buona sia la birra dell’isola di Fal,
più inebriante ancora è la birra della Grande Terra.
È di un paese meraviglioso che ti parlo.
La giovinezza non svanisce prima della vecchiaia.
Fiumi tiepidi scorrono attraverso il paese,
con idromele e i vini più pregiati.
L’essere umano è bello e senza difetti;
là si concepisce senza peccato e senza colpa.
Noi vediamo tutti e ovunque,
e nessuno ci vede.
È l’oscurità della trasgressione di Adamo
che ci ha impedito di contarci.
Oh Donna, se verrai tra il mio popolo fiero,
porterai sulla testa una corona d’oro.
Miele, vino, birra, latte fresco, bevande,
è ciò che avrai con me laggiù, oh Bé Find».

(Testi mitologici irlandesi 1, pp. 149-250).


Approfondimento 3: Il mito trasformato in storia: la foresta gallica (La battaglia degli alberi)

La fortuna accumulava su quell’anno tutti i disastri. L. Postumio, console designato, era perito nella Gallia Cisalpina (l'aatuale Nord Italia) con tutte le sue truppe. Vi era una vasta foresta che i Galli chiamavano Litana ("la vasta" e corrisponde all'odierna Pianura Padana, a quei tempi ancora ricoperta interamente da foreste e paludi), attraverso la quale intendeva condurre il suo esercito. A destra e a sinistra della strada, i Galli avevano tagliato gli alberi in modo tale che, pur restando in piedi, bastasse una lieve spinta perché cadessero.

Postumio disponeva di due legioni romane e, partendo dal Mare Adriatico, aveva radunato così tanti alleati che venticinquemila soldati lo accompagnavano in territorio nemico. Poiché i Galli si erano posizionati ai margini estremi e tutto intorno alla foresta, non appena l’esercito romano vi entrò, essi spinsero gli alberi più lontani, che crollarono su quelli più vicini, instabili e facili da abbattere. Il risultato fu una caduta caotica che schiacciò uomini, armi e cavalli: a stento dieci uomini riuscirono a sopravvivere.

La maggior parte morì soffocata sotto i tronchi e i rami spezzati; gli altri, atterriti dal disastro improvviso, furono massacrati dai Galli, che circondavano in armi l'intera foresta. Su un esercito così numeroso, solo pochi furono fatti prigionieri mentre tentavano di raggiungere il ponte, già sotto il controllo del nemico. Lì perì Postumio, lottando con tutte le sue forze per non essere catturato.

Le spoglie e la testa mozzata del generale furono portate trionfalmente dai galli Boi nel tempio più venerato della loro nazione; poi il cranio, svuotato e decorato con un cerchio d’oro, divenne un vaso sacro per offrire libagioni durante le feste. Fu anche la coppa dei pontefici e dei sacerdoti del tempio, e agli occhi dei Galli, questo trofeo non era meno importante della vittoria stessa.

(Tito Livio, XXIII, 24).


I Druidi e il Druidismo 8) Le feste celtiche

(Traduzione del libro: LES DRUIDES ET LE DRUIDISME di Le Roux e C. J. Guyonvarc'h)

>>> INDICE DEI CAPITOLI E INTRODUZIONE AL TESTO: LINK <<<

8) Le feste celtiche

Le feste celtiche

Esse sono, secondo la nomenclatura irlandese, che è la nostra unica base di documentazione chiara e seria, quattro, ma non tutte hanno la stessa importanza:

- Acque vive, acque chiare, acque primordiali - fotografie di Yvon Boëlle


Samain (« riunione, assemblea ») il primo novembre, data dell’inizio dell’anno all’inizio dell’inverno e della stagione oscura. È la grande festa celtica, il cui nome si ritrova nel Samonios del calendario di Coligny in Gallia. Festa fuori dal tempo, essa permette i contatti tra questo mondo e l'Altro Mondo degli dèi e del síd;

Imbolc (« purificazione ») il primo febbraio è una festa di purificazione e lustratione alla fine dell’inverno;

Belteine (« fuoco di Bel ») il primo maggio. È la festa della luce e della stagione chiara, e anche quella dei druidi che vi accendono grandi fuochi;

Lugnasad (« riunione di Lug ») il primo agosto. È la festa del raccolto e dell’abbondanza sotto la presidenza del re, inteso come responsabile e garante della prosperità.

Queste quattro feste hanno in comune il fatto di essere spostate di quaranta a quarantacinque giorni rispetto alla data calendaresca normale. Due di esse, Samain e Belteine, comprendono sacrifici e cerimonie religiose insieme a assemblee amministrative e politiche. Tutte hanno sopravvissuto e lasciato tracce importanti nel folklore irlandese. Samain è stata recuperata dalla Chiesa per la festa dei morti e di Ognissanti, mentre il folklore di maggio è rimasto molto importante in tutta l’Europa occidentale.

...

La prima satira d’Irlanda

Bres possedeva così la sovranità come gli era stata conferita. Ma i capi dei Tuatha Dé mormoravano molto contro di lui perché non ungevano i loro coltelli e, sebbene lo visitassero spesso, i loro aliti non sapevano di birra. Non vedevano nemmeno i loro poeti o i loro bardi, o i loro satiristi, o i loro arpisti, o i loro musicisti, o i loro soffiatori di corno, o i loro giocolieri, o i loro folli divertirli nella casa del re. Non vedevano i loro campioni compiere le loro imprese davanti al re, tranne uno solo, Ogme, figlio di Étain (...) Una volta, un poeta venne per ricevere l'ospitalità nella casa di Bres. Era Coirpre, figlio di Étain, poeta dei Tuatha Dé. Arrivò in una piccola casa stretta e oscura nella quale non trovò né fuoco, né servizio, né letto. Gli portarono tre piccoli pani, e erano secchi, su un piatto. Quando si alzò la mattina dopo, non era contento. Attraversando il cortile, disse:

« Senza cibo rapidamente servito su un piatto
senza latte di mucca che fa crescere un vitello,
senza rifugio umano nell’oscurità della notte,
senza poter pagare una troupe di narratori, che tale sia la prosperità di Bres ».
« Non c’è ricchezza in Bres », disse. Ora, era vero. Bres non provò più che rovina a partire da quel momento. E questa è la prima satira che fu fatta in Irlanda.

(Texti mitologici irlandesi 1, pp. 49-50).